Un restauro tutto italiano

Un restauro tutto italiano

Al centro della penisola del Sinai, il Monastero di Santa Caterina si raggiunge dal Cairo percorrendo una strada abbastanza pericolosa in 6 ore, o alternativamente attraverso Sharm el Sheik. Nel 1959 ci fu una missione di studio dell’Università del Michigan per studiare il monastero e le icone. Una volta arrivati al monastero Weitzmann scopre che nell’abside c’è un mosaico interamente ricoperto di nerofumo, quindi invisibile e praticamente sconosciuto. Presi dall’euforia, lui ed i suoi accompagnatori costruiscono un piccolo ponteggio per salire e si rendono conto che il mosaico è totalmente “spanciato”, cioè distaccato dalle pareti e pronto a crollare. Chiamano subito Ernest Hopkins che in quel momento era il restauratore più affermato, lui arriva a Santa Caterina e in 45 giorni inserisce una serie di perni metallici vicino al volto del Cristo per sostenere temporaneamente il mosaico. Questo temporaneamente è diventato 50 anni. Non appena tornato in America, Weitzmann ha pubblicato un appello sul National Geographic nel quale chiedeva un aiuto perché altrimenti il mosaico sarebbe crollato in pochi anni. Pertanto il restauro è stato un intervento assolutamente necessario. Nel 2000 Roberto Nardi viene chiamato per un sopralluogo urgente al fine di restaurare il mosaico, e lì è rimasto per cinque anni.

Santa Caterina ha 16 secoli di storia ininterrotta. che oggi si percepiscono in ogni angolo. Ci sono acquarelli di Roberts di fine 700, e confrontandoli con il luogo oggi possiamo vedere come tutto sia rimasto immutato. Il passaggio del tempo si percepisce solo nell’aria. I visitatori di Santa Caterina hanno narrato di questo luogo meraviglioso già a partire dal 383, cioè da prima che fosse costruito il monastero, quando Egeria, una nobildonna romana, andò in visita in quel luogo lasciando un diario incredibile. Egeria dice che lei è arrivata verso sera, ed ha trovato questo luogo pieno di grotte abitate da preti ed eremiti, è stata accolta con grande gentilezza da questi preti, le è stata offerta una cena, poi i preti hanno cominciato a pregare, dopodiché, nel mezzo della notte, si sono avviati per salire sulla montagna sacra. A metà strada hanno trovato una piccola cappella e si sono fermati lì.

La caratteristica del Monastero di Santa Caterina è data dal fatto che ospita una vita spirituale molto molto viva: ci sono i monaci, ci sono i fedeli, ci sono i pellegrini, oggi ci sono anche tanti turisti. Questo è un processo che è iniziato secoli fa e che non si è mai interrotto, inclusa la coabitazione con la comunità dei beduini, i quali lavorano all’interno del monastero e sono parte della comunità.

All’interno del monastero c’è la basilica costruita nel VI secolo. La chiesa contiene una incredibile quantità di tesori, di icone, di decorazioni. Nel monastero, di fronte alla chiesa c’è una moschea, e di fronte al campanile della chiesa c’è il minareto. Questo a testimonianza di come sia realtà quotidiana la coabitazione pacifica delle due religioni. Fino a prima della deposizione di Mubarak, Santa Caterina riceveva fino a 2000 visitatori al giorno, concentrate nelle sole tre ore di apertura. Naturalmente qualche inconveniente c’è, dovuto a questo flusso, perché i visitatori camminando alzano la polvere, ed accendendo le candele si crea del fumo, tutto questo è andato via via annerendo le pareti e soprattutto l’abside, dove è situato il mosaico della Trasfigurazione. Quando la missione di restauro del Centro di Conservazione Archeologica, diretta da Roberto Nardi, sale per la prima volta sul ponteggio, nota che sul mosaico ci sono chiare tracce di un precedente restauro. Infatti, un monaco russo, Padre Samuel, nel 1847 fece un primo intervento durato due anni, per restaurare circa ventimila tessere che erano cadute, sostituendole con gesso dipinto a finto mosaico, con l’inserimento di un gran numero di staffe in ferro per evitare il cedimento.

Di fatto, quando nel 2000 arriva la missione di restauro, trova il mosaico completamente distaccato dalle pareti per circa 15 cm, quasi pronto a precipitare. Padre Samuel ha anche lasciato una sorta di documentazione del lavoro fatto, come una piccola guida. Il progetto di restauro è stato presentato al direttivo del monastero, composto da 5 monaci anziani, che l’hanno approvato, e loro stessi si sono preoccupati di reperire i fondi per il lavoro conservativo. Unico vincolo iniziale era che le donne non potessero lavorare a questo restauro perché il mosaico si trova nell’abside, quindi si è arrivati ad un compromesso, costruendo una sorta di tunnel per arrivare direttamente al ponteggio, con un unico accesso attraverso la finestra del tetto, e di fatto anche le restauratrici hanno potuto lavorare, perché in questo modo non erano nell’altare ma sopra l’altare.

La cosa importante per la missione era di non interferire con le attività del monastero, quindi è stata stampata un’immagine a grandezza naturale del mosaico e posizionata alla stessa altezza dell’originale, in modo da dare una visione immutata ai visitatori. Addirittura uno dei monaci, non accorgendosi che si trattasse di una stampa, corse a congratularsi con l’équipe che secondo lui aveva fatto un così bel lavoro in una sola notte. Ma la realtà era ben altra…

Tutto il lavoro di restauro è stato catalogato e videofilmato, direttamente sul cantiere, per lasciare una traccia e per rendere più facile il lavoro in caso di futuri ulteriori restauri. La prima fase del lavoro è stato rimuovere la polvere con pennelli e semplici aspiratori. Generalmente un mosaico bizantino ha circa 10-15 colori diversi, a Santa Caterina ce ne sono ben 35, inoltre le tessere d’oro non sono piatte ma sono messe a 45 per riflettere la luce e creare dei bagliori. Terrorizzati dal fatto che non appena fossero intervenuti sarebbe crollato tutto, i restauratori hanno ricreato una replica dell’abside in laboratorio e su questa copia hanno costruito una struttura esterna di sostegno temporaneo da applicare sulle pareti della chiesa, che consentisse di bloccare e mettere in sicurezza l’area di lavoro con una serie di puntelli prima di toccare le tessere, quindi si è lavorato sempre su aree di mosaico stabilizzate.

Dopo il consolidamento delle tessere che si erano distaccate dalla base si è iniziato con il consolidamento della struttura del mosaico, iniettando calce liquida nelle fessure. Per ultima è stata lasciata la parte più delicata, il volto del Cristo. E’ stata tagliata la sezione del volto su tre lati, ed aperta la parte come la copertina di un libro, in modo da poter vedere all’interno della struttura. E’ stato trovato il letto di posa originale completamente fratturato, quindi anche il letto di posa è stato staccato, mentre la struttura in granito di base era in perfetto stato.  Si sono così resi conto che il problema era dovuto alle due finestre che si trovano all’interno del mosaico nell’altare superiore, che nell’antichità e nel Medioevo non avevano i vetri e dai quali ogni volta che c’era pioggia forte entrava l’acqua percolando sul mosaico. E’ stato applicato un nuovo letto di posa con la stessa malta dell’originale e poi la copertina del libro è stata richiusa sopra.

Dopo il consolidamento si è passati alla fase di pulitura con una soluzione di acqua ed ammonio, applicato con della polpa di carta, tenuto 30 minuti e poi rimosso e sciacquato con degli spazzolini. Poi si è passati alla stuccatura ed alla ricostruzione delle 25.000 tessere mancanti. Si è deciso di utilizzare tessere nuove in vetro, molto simili alle originali, che tutt’oggi vengono prodotte a Venezia da ditte che non hanno mai smesso di produrle, scegliendole da un catalogo con oltre 30.000 colori. Il mosaico è fatto di tessere di vetro, oro ed argento, per riflettere la luce del sole ad ogni ora del giorno in maniera diversa, per i monaci è la finestra attraverso la quale comunicare con Dio, quindi era importante mantenere l’uniformità della decorazione e soprattutto il riflesso della luce.

E’ stata fatta una mappatura che ha permesso di dare un nome ad ognuna delle 500.000 tessere che compongono il mosaico proprio per rendere riconoscibili le tessere nuove da quelle originali. Il lavoro totale è durato ben cinque anni ed è terminato nel 2010.

Mara Noveni

 

 

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