L’uomo che fotografava la neve

L’uomo che fotografava la neve

In questo periodo dell’anno i bambini delle latitudini settentrionali stanno imparando un fatto sorprendente che ricorderanno per tutta la loro vita. Lo trasmetteranno di figlio in figlio, fino a quando ci saranno slitte e pattini e giorni di ghiaccio, quando le scuole chiudono a causa del maltempo. Questo fatto insignificante, fondamentale per l’infanzia, è che non esistono in natura due fiocchi di neve esattamente uguali.

Pensiamo ad un bambino di 4 o 5 anni, che sfreccia attraverso la magia di una tormenta di neve, con la lingua fuori per catturare quanti più fiocchi cadenti è possibile, e la consapevolezza che questi innumerevoli pezzi di acqua congelata hanno vite segrete, che sono tutti diversi, mai ripetuti, nonostante la chiara evidenza davanti agli occhi ce li fa identici e indistinguibili.

Un uomo è responsabile di questa meravigliosa rivelazione, un uomo meritevole di un posto in quel pantheon di coloro che hanno rivelato qualcosa che non abbiamo mai saputo prima come Copernico, Newton e Curie. Il suo nome è Wilson A. Bentley.

Alcuni anni fa, all’interno di un archivio fotografico americano, ci si imbattè in una serie di lastre fotografiche per incisioni e negativi in lastre di vetro. Le immagini hanno rivelato file di cristalli a sei punte ben incisi, ognuno dei quali unico ed assolutamente diverso da tutti gli altri. L’autore degli scatti in questione era un tale di nome Wilson Bentley che, nel suo anonimato, era stato un personaggio affascinante. Nato nel 1865, trascorse la maggior parte dei suoi 66 anni come agricoltore a Gerico, nel Vermont. In gran parte autodidatta, era uno di quegli autodidatti fortemente americani, la cui naturale curiosità, mixata con un tocco di eccentricità, lo condusse ad una ricerca intrigante con dei risultati sorprendenti.

Gli agricoltori del Vermont lottano contro la bella stagione brevissima e gli inverni lunghi e profondi. A partire dal 1880, Bentley inventò un meccanismo che combinava un microscopio con una telecamera panoramica. Usando lastre di vetro sensibili alla luce simili a quelle che avevano registrato i campi di battaglia della Guerra Civile, ha imparato come realizzare “ritratti” straordinariamente sofisticati di singoli cristalli di neve.

E mentre Eadweard Muybridge aveva usato la macchina fotografica per chiarire le meccaniche precedentemente incomprese di un cavallo al galoppo, Bentley catturò le sembianze di piccoli oggetti fragili ed evanescenti. L’isolamento dei singoli cristalli ha rappresentato una sfida scoraggiante: ce ne possono essere anche 200 in un grande fiocco di neve. E tenere i cristalli congelati e incontaminati richiedeva a Bentley di lavorare fuori, usando attrezzature ingombranti. Bentley sembrava intenzionato a perseguire il suo arduo lavoro: nel corso degli anni ha realizzato immagini di migliaia di cristalli di neve, non con qualche speranza di guadagno finanziario ma semplicemente per la gioia della scoperta. Soprannominato Snowflake dai suoi vicini, sosteneva che le sue immagini erano “prove del meraviglioso piano di Dio” e considerava questi cristalli infinitamente vari dei “miracoli di bellezza”.

Nel 1904, Bentley cercò di presentare il suo lavoro, contenente quasi 20 anni di fotografie e un manoscritto che descriveva i suoi metodi e scoperte, in campo scientifico. Ma la presentazione fu respinta perché il lavoro fu valutato come “non scientifico”. Così Bentley si accontentò di vendere molte delle sue lastre di vetro a scuole e college per 5 centesimi l’uno, senza preoccuparsi di proteggere il suo grande lavoro.

Solo più tardi venne riconosciuta l’importanza di questa documentazione e catalogazione, ed ottenne di pubblicare un articolo su National Geographic. Infine, nel 1931, collaborò con il meteorologo Humphreys alla stesura di un libro, Snow Crystals, illustrato con 2.500 fiocchi di neve. Lo stesso anno morì nella sua fattoria di Gerico.

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